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L’AMERICA DI HOPPER | Il pittore del silenzio e dell’incomunicabilità


Un’America silenziosa, ostile, triste e sconsolata. Questo il ritratto che si ricava dalle opere di Edward Hopper, pittore del Novecento che, seppur famosissimo in patria, tanto da meritare la copertina di Time, in Europa è sempre stato sottostimato e poco conosciuto, anche se alcuni suoi quadri sono diventati famosi perché pubblicati sulla copertina di un libro oppure su un album musicale. Ma cosa contraddistingue l’America di Hopper?

Innanzitutto, il suo stile prevede l’assenza totale di interazione tra i protagonisti della tela, in una sorta di isolazionismo che sfocia in un senso di disagio e di costrizione: è l’analisi attenta della società americana della prima metà del Novecento a condurlo a questo tipo di lettura, un mondo cosmopolito, variegato ma con conflitti insormontabili tra etnie, ideologie e credi, che sfociano in un razzismo neanche tanto nascosto e che di recente vede un certo rifiorire.

I personaggi delle opere del maestro americano sono gente semplice, normale, che sta cercando solamente il suo spazio, tranquillo e libero, all’interno della roboante modernità incalzante. Così, tutti questi attori involontari della storia americana tratteggiano una nazione nervosa, stanca ma decisamente autentica, alle prese con conflitti ordinari e con la solitudine. Un’analisi che si presta anche ai giorni nostri, con le dovute differenze: i ritmi frenetici, l’assenza di relazioni che vengono relegate alla forma del messaggio o del like, la volontà del popolo di isolarsi, rispetto alle questioni internazionali… Argomenti che il visionario Hopper aveva già colto, più di settant’anni fa, e immortalato per sempre nei suoi quadri.

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